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*** Citta' Del Vasto, posto al sud della regione verde d'Europa, l'Abruzzo, si affaccia nel bellissimo mare Adriatico ***. " IL GOLFO D'ORO DI VASTO ".

mercoledì 13 luglio 2016

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La storia di Vasto (WIKIPEDIA)

La storia di Vasto (WIKIPEDIA)
Origine del nome. Il nome romano era Istonio, per il promontorio sopra il mare dove si trova la città. Il nome attuale deriva forse dal termine longobardo gasto o guasto (gastaldato), suddivisione del territorio durante la dominazione longobarda (iniziata nell'ultimo quarto del VI secolo). Infatti la città medievale sorse con il Guasto d'Aimone di Dordona, che fondò due città, definite Guasti, uniti in un solo nucleo nel XIV secolo. In base al dialetto locale che esclude la "b" e la "g", riducendo la pronuncia con la sostitutiva "v", il nome è diventato quello che conosciamo. È, come pochissimi altri nomi di città, un nome maschile (come Città del Capo, Città del Messico, Città del Vaticano e poche altre) pertanto errore tanto grave quanto diffuso è chiamarla Città Di Vasto anziché, giustamente, Città Del Vasto. Età antica: greci, frentani e romani[modifica | modifica wikitesto] Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Histonium e Terme di Vasto. Terme romane di Histonium, presso la chiesa di Sant'Antonio Si pensa che fosse originariamente abitata da popolazioni dalmate. La leggenda vuole che la città fosse fondata da Diomede, re d'Etolia,[7] che, dopo l'assedio di Troia, sbarcò con il suo popolo in Italia meridionale fondando diverse città. L'antico nome di Histon da lui dato sarebbe dovuto al fatto che il suo promontorio dal mare ricordasse il monte Histone di Corfù. Di certo, intorno al V secolo a.C. si stanziarono i Frentani nella zona nord di Vasto (Punta Penna), fondando il centro noto come Buca, ed entrando in stretto contatto con le popolazioni dei Sanniti e delle colonie greche del Sud Italia e della Sicilia (fra cui Siracusa). Ci sono altresì teorie su un antico centro abitato sprofondato per bradisismo a largo dell'attuale Faro, noto come "Aspra", la cui esistenza si cela tra leggenda e testimonianze di pescatori ed archeologi subacquei. Tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C. (dopo la Guerra sociale del 91-98 a.C.) entrò definitivamente nell'orbita romana con lo status di foederati (alleati). Il centro abitato, che si era andato formando qualche chilometro più a sud, divenne municipio romano, e fu latinizzato da Histon in Histonium, acquisendo importanza in età imperiale. Degli esempi lasciati dalla cultura romana sono la trama viaria ortogonale visibile soprattutto nella parte nord del centro storico di cui sono ancora riconoscibili il Decumano ed il Cardine massimi, le Terme, diversi luoghi di culto, un anfiteatro (sotto l'attuale Piazza Rossetti), una cinta muraria cittadina (inglobata in quella medioevale successiva), ville e necropoli attestate fuori dal centro urbano. Un vastese illustre di epoca romana fu il tredicenne Lucio Valerio Pudente, incoronato poeta nel 106 in Campidoglio da Traiano, durante i Giochi Capitolini che si svolgevano a Roma, e ricoprendo in seguito la carica di curatore delle rendite pubbliche durante l'impero di Antonino Pio. Dopo il crollo dell'Impero romano d'Occidente la città decadde, passando in potere prima degli Ostrogoti, poi dei Bizantini e infine dei Longobardi con il Ducato di Benevento. Nell'anno 802 fu distrutta dai Franchi di Pipino il Breve e concessa una parte in feudo ad Aimone Duca di Dordona (nominato "Guasto d'Aimone", nel rione di Chiesa di Santa Maria Maggiore, nome con cui il centro fu conosciuto fino al XIII secolo) e un'altra parte ad un Gisone (nominata "Guasto Gisone", nel rione della Chiesa di San Pietro, di cui ora rimane solo il portale). La città romana fu, dunque, completamente ricostruita: un vasto spiazzo fu realizzato presso l'anfiteatro romano (attualmente Piazza Rossetti), i cui spalti furono trasformati in mura, torri e residenze civili. Presso le terme romane sorse il complesso di Sant'Antonio di Padova nel XIV secolo, mentre il cosiddetto "Campidoglio" affacciato verso il mare fu occupato dalla chiesa di San Pietro. Tra il 7 febbraio ed il 9 marzo 1177 ospitò Papa Alessandro III, qui costretto da una tempesta, e dal 12 dicembre 1777, in segno di ringraziamento, la città ottenne un'Indulgenza plenaria in forma di Giubileo presso la Chiesa di San Pietro da parte di Papa Pio VI. La città fu presa dai Crociati nel 1194 e dai Veneziani nel 1240. Età signorile: dai Caldora ai d'Avalos[modifica | modifica wikitesto] Via di Porta Catena, la parte normanna della città Vasto in un dipinto di Nicola Palizzi (1853) Il Castello Caldoresco in Piazza Rossetti Nel XIII secolo ci fu la costruzione di una delle più antiche ed importanti strutture religiose della città, il Duomo di Vasto, inizialmente intitolato a Santa Margherita, poi a Sant'Agostino nel '600 e nel 1808 a San Giuseppe. Venne elevata a cattedrale nel 1853 e concattedrale nel 1986. Da questo secolo la storia della città, insieme a quella della Regione, fu legata prima a quella del Regno di Napoli e successivamente al Regno delle Due Sicilie. Le due terre di "Guasto Aimone" e "Guasto Gisone" si fusero nel 1385 in una sola città per volere del Re di Napoli Carlo III di Durazzo, ed inizialmente introdotta come "Vasto Aimone superiore ed inferiore" nella prima tassazione aragonese del 1443-7. In età angioina (XIV secolo) il paese fu infeudato ai Caldora, di cui il maggior esponente fu Jacopo Caldora, che apportò durante il suo dominio numerose modifiche al sistema difensivo, danneggiato dalle guerre precedenti, come la costruzione del Castello Caldoresco e delle torri di avvistamento (l'odierna Torre di Bassano in Piazza Rossetti, Torre Diomede del Moro e Torre Santo Spirito). Dopo il periodo angioino il comando passò prima alla famiglia dei De Guevara, poi al Re ed infine alla dinastia aragonese dei d'Avalos, artefici dell'omonimo Palazzo, che governarono la città dal 1496 al 1798 circa. Durante il XVI secolo la città riuscì a scampare alla Peste del 1536, ma soffrì molto le incursioni di Turchi e Saraceni, così come tutta la Costa dei Trabocchi, sbarcati il 1º agosto 1566. L'esercito di Piyale Paşa danneggiò edifici storici come Palazzo d'Avalos [7], l'abbazia di San Giovanni in Venere e quella di Santo Stefano in Rivomaris, nonché lo stesso Duomo di Vasto (allora dedicato a Sant'Agostino) di cui rimase in piedi solo la facciata gotica. Per questo motivo, l'8 marzo 1568, si iniziò la costruzione di 14 torri costriere di avvistamento e difesa, di cui una è ancora esistente in località Punta Penna. Al Seicento risale la costruzione del "Palazzo della Penna" e della Chiesa del Carmine. Il 29 marzo 1710 fu conferito ufficialmente il titolo di città da Carlo d'Austria e nell'ottobre del 1723 divenne luogo della cerimonia di consegna della collana dell'ordine del Toson d'oro da parte del marchese Cesare Michelangelo d'Avalos al principe Fabrizio I Colonna, su incarico dell'imperatore Carlo VI. Nel 1799, sulle orme delle Repubbliche sorelle che si andavano fondando per la Penisola, venne proclamata la Repubblica Vastese, soppressa poi dalle forze Sanfediste. XIX secolo: "Atene degli Abruzzi"[modifica | modifica wikitesto] Dal XIX secolo la città vantò il titolo di "Atene degli Abruzzi", grazie ad elementi culturali ed artistici rilevanti. Degli esempi sono il lascito architettonico del periodo Signorile caldoresco edaragonese, aver dato i natali ad intellettuali del calibro di Gabriele Rossetti nel 1783, pittore, poeta e patriota, anche noto come "Tirteo d'Italia" (fratello di Domenico anche lui letterato oltre che speleologo, e genitore di intellettuali come Maria Francesca, William Michael, Christina ed il più famoso Dante Gabriel, tra i fondatori del movimento inglese dei Preraffaelliti), al medico Francesco Romani, per l'inaugurazione del secondo teatro d'Abruzzo (il Real Teatro Borbonico, poi divenuto Teatro Rossetti, ed alla cui inaugurazione il 15 settembre 1832 partecipò anche Re Ferdinando II), oltre ad avere il ruolo politico di capoluogo di Distretto nell'amministrazione dell'Abruzzo Citeriore dal 1816. Il 1817 fu un anno funesto, a causa di un'importante carestia, della prima frana che interessò il costone orientale della città e di un'epidemia di febbre petecchiale che decimò la popolazione cittadina (di cui alcuni resti furono trovati nel 2014 nella zona di Punta Aderci, allontanati e seppelliti lì per motivi igienico sanitari da una delibera comunale del tempo). Nonostante il tributo di sangue che la città pagò nel 1799 per la repressione Sanfedista, durante il Risorgimento l'anelito di libertà che da tempo infiammava i cuori dei vastesi trova viva testimonianza nella Battaglia di Antrodoco combattuta all'alba del 7 marzo 1821, quando un battaglione di volontari al comando del Barone Luigi Cardone e su incitamento di Gabriele Rossetti accorse sotto le insegne del Generale Guglielmo Pepe in difesa della Repubblica Partenopea contro le truppe di Frimont, fatte giungere in Italia dai Borboni. Nel 1842 i patrioti vastesi si unirono sotto le insegne della "Giovine Italia” fondata a Vasto da Gaetano Crisci. Il primo fermento di rivolta venne dalla Guardia Nazionale con la notizia dello Sbarco a Melito. Al grido "Abbasso!" nel confronti del giudice De Pascinìs, occupò la Sottindentenza con la milizia deI Maggiore Silvio Ciccarone il 4 settembre 1860, dichiarando decaduta la monarchia Borbonica, proclamando il governo provvisorio, disarmando la gendarmeria e abbattendo le insegne borboniche sostituite dal Tricolore, e chiamando a Sindaco Filoteo D'Ippolito. Il proclama del Maggiore Ciccarone, precedente di tre giorni all'ingresso di Garibaldi a Napoli, rende Vasto la prima città abruzzese ad insorgere contro i Borboni, proclamando l'indipendenza nazionale in nome di Vittorio Emanuele II di Savoia e di Giuseppe Garibaldi (che fu nominato "Primo Presidente Onorario della Società Operaia di Vasto" nella sua inaugurazione il 3 novembre 1864). Infatti, il 20 ottobre 1860 in occasione della venuta del Re in Abruzzo, dal Municipio di Vasto venne mandato Filoteo Palmieri ed il dott. Filoteo D'Ippolito, per porgere il saluto della Città al primo Re d'Italia ospite nella villa di Emidio Coppa a Pescara. Età contemporanea: sviluppo economico ed urbanistico[modifica | modifica wikitesto] La prima metà del XX secolo avvenne la prima costruzione del Faro di Vasto (1906) oltre che la prima importante espansione urbanistica. Durante il Ventennio ci fu la costruzione di edifici in stile Liberty, come in Corso Nuova Italia (come il Teatro Cinema Ruzzi) e a Vasto Marina (come Villa Marchesani, ora Villa Santoro), e per volere di Benito Mussolini, nel 1938 la città cambiò nome in Istonio [8] (in omaggio all'origine romana della città), installando anche un campo di concentramento per antifascisti e slavi sul litorale di Istonio Marina nel periodo bellico (1940-1943). Con la liberazione della città nel 1944 tornò a chiamarsi "Vasto". Nello stesso anno l'esercito tedesco in ritirata distrusse parzialmente il Faro, che fu demolito e completato nei due anni successivi, ed inaugurato il 2 maggio 1948 come il secondo faro più alto d'Italia. Nel secondo dopoguerra, fra il febbraio e il giugno 1956, Vasto fu sconvolta da una serie di frane e smottamenti causata dalla gran quantità di precipitazioni, anche di carattere nevoso, che si erano prodotte in quei mesi. Una parte di uno fra i più antichi rioni del centro storico sprofondò a valle, verso il mare, ed andarono distrutti alcuni edifici pubblici e religiosi di notevole valore architettonico, fra cui la Chiesa di San Pietro, di età medievale, oltre a circa centocinquanta alloggi privati.[9] L'immediata evacuazione della popolazione residente dalla zona colpita, subito dopo la prima frana del 22 febbraio 1956, evitò tuttavia che si producessero vittime fra i civili. Negli anni 60 Vasto è iniziata ad essere, grazie al boom economico, una delle prime città abruzzesi a beneficiare del turismo balneare, con la costruzione di strutture adeguate nella frazione di Vasto Marina, e lo sviluppo industriale interessò la località di Santa Maria Incoronata, dove si trova l'antico convento, nonché tutta l'area portuale di Punta Penna. Durante tutto il XX secolo la città riscontrò una notevole emigrazione soprattutto verso Belgio, Stati Uniti, Canada, Argentina, Brasile ed Australia. Nel 1989, in ricordo di questi eventi, avvenne il gemellaggio con la città australiana di Perth, in omaggio alla città che più di tutte accolse emigranti vastesi. Nel Settembre 2014 ci fu un evento eccezionale nella Riserva naturale guidata Punta Aderci, uno spiaggiamento di cetacei (7 capodogli). Grazie alla pronta reazione della Guardia costiera, dei biologi marini dell'Università degli Studi di Padova e dei molti volontari giunti da tutto il Vastese, si riuscirono a riportare a largo 4 esemplari con la sola forza delle braccia. Onorificenze[modifica | modifica wikitesto] Titolo di Città - nastrino per uniforme ordinaria Titolo di Città «Concessione di Filippo V di Spagna al marchese Vincenzo Frasconi[10]» — 1710 Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto] Incisione ottocentesca della Cattedrale di San Giuseppe Architetture religiose[modifica | modifica wikitesto] Cattedrale di San Giuseppe[modifica | modifica wikitesto] La cattedrale di San Giuseppe. Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Duomo di Vasto. Il primo impianto risale al XIII secolo. Originariamente, la chiesa conventuale era intitolata a Santa Margherita, poi a Sant'Agostino nel '600, per poi prendere il nome attuale durante il decennio francese. Della chiesa originaria rimane solo una monofora (oggi il rosone) con conci nel lato nord e dei pochi altri vaghi elementi si può supporre che il coronamento fosse orizzontale. Infatti nel XVI secolo la chiesa fu assediata dai Saraceni e gravissimamente danneggiata, dacché nel Settecento fu ricostruita in forme povere in stile Barocco. Nel 1895 vi furono dei lavori di ristrutturazione. In questi lavori la chiesa, essendo Collegiata, divenne "Cattedrale", e fu ampiamente rimaneggiata per volere del vescovo di Chieti, per il gusto revival del neogotico: all'interno e all'esterno presso i fianchi e l'abside, con finestre in stile gotico. L'interno è stato piastrellato di verde e bianco, alla maniera del Duomo di Siena, con volte a crociera. La chiesa fu ampliata nel XIX e nel XX secolo. Negli anni ottanta del XX secolo furono distrutte con cariche di dinamite delle opere nel chiostro. L'interno è a navata unica con transetto. Il campanile consta di mura a scarpa.[11] La Chiesa di Santa Maria Maggiore Chiesa di Santa Maria Maggiore[modifica | modifica wikitesto] Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa di Santa Maria Maggiore (Vasto). La chiesa risale al 1195 quando viene citata in un diploma di Enrico VI come "ecclesia Sancte Marie in Guastoaymonis". L'interno è a tre navate con cripta.[12] La chiesa si distingue per la corposa mole che spazia in tutto il centro storico, e per il massiccio campanile turrito, che supera di molto l'area della Cattedrale. La facciata baroccheggiante è molto piccola, perché è occupata quasi interamente dalla base del campanile, mentre la parte retrostante è perfettamente visibile, senza abside, decorata da un grande finestrone. Presso il fianco della via sono visibili figure antropomorfe di interesse storico, risalenti all'epoca romanica, che hanno alimentato molte leggende riguardo i cavalieri Templari. Chiesa di Maria Santissima del Carmine[modifica | modifica wikitesto] Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chiesa di Maria Santissima del Carmine (Vasto). La nuova chiesa risale al 1638, quando fu ricostruita ex novo da una precedente, dalla Confraternita napoletana dei Padri Lucchesi. La chiesa disponeva di un complesso monastico con convento, poi trasformato in varie residenze dalla soppressione, nel 1807 degli edifici di culto da parte di Gioacchino Murat. Il complesso ha pianta irregolare quadrata, con facciata tardobarocca dai risvolti classicheggianti del primo ottocento di scuola vanvitelliana, con architravi in stile greco. Il campanile è una torre trapezoidale. L'interno conserva il dipinto di Crescenzo La Gamba della Presentazione della Vergine Maria al Divino Padre e la salma di San Teodoro, precedentemente conservata presso la chiesa omonima. Chiesa di San Michele Arcangelo[modifica | modifica wikitesto] Nessuna nota a piè di pagina Questa voce o sezione sull'argomento cattolicesimo è priva o carente di note e riferimenti bibliografici puntuali. Sebbene vi siano una bibliografia e/o dei collegamenti esterni, manca la contestualizzazione delle fonti con note a piè di pagina o altri riferimenti precisi che indichino puntualmente la provenienza delle informazioni. Puoi migliorare questa voce citando le fonti più precisamente. Segui i suggerimenti del progetto di riferimento. Nel 1656 in seguito ai terremoti e alla Peste, i vastesi murarono solennemente una pietra del santuario di San Michele Arcangelo che, secondo una visione, li avrebbe protetti da quei flagelli sulla porta di Santa Maria. A circa 300 m all'esterno delle mura, su un terreno donato da Francesco Cresci, con vista sul promontorio del Gargano, il 19 marzo del 1657 fu iniziata l'edificazione della chiesa, che venne terminata nel 1675, come si legge sopra la porta in una iscrizione latina dettata da Giovanni Palma. San Michele Arcangelo fu acclamato patrono della città, con conferma pontificia ottenuta nel 1827. La chiesa conserva l'altare maggiore in legno, con doratura ad oro zecchino, lavoro di artista veneziano. Chiesa di Sant'Antonio da Padova e ruderi del convento di San Francesco d'Assisi[modifica | modifica wikitesto] La chiesa di Sant'Antonio È sita in Via Adriatica. La costruzione è precedente al 1334. Il convento ha subito la perdita delle strutture adibite ad abitazione dei monaci e di vari locali a loro pertinenti, tra cui: il dormitorio, il refettorio, le cucine, le cantine, i fondaci e il chiostro. All'interno ha subìto l'eliminazione della mensa degli altari negli anni settanta del XX secolo. Il convento sarebbe stato fondato al tempo di San Francesco se non dal santo stesso in persona. Giuseppe de Benedictis nel 1759 asserisce che i frati francescani si erano stanziati nella chiesa paleocristiana detta di santa Croce risalente al V-VI secolo di cui rimangono alcune vestigia delle mura della nella cantina. Alcuni studiosi sono unanimi nell'asserire che comunque il convento era antecedente al Provinciale Vastutissimum di fra' Paolino da Venezia e Marchesani la ritiene già ultimata nel 1336 quando vi fu organizzato un Capitolo Provinciale, ma di certo l'organizzazione clericale doveva essere già ben istituita in quanto, una vedova, nel suo testamento volle lasciare la sua casa alla confraternita della Santissima Trinità de' Pellegrini o di Sant'Antonio da Padova per farne un ospedale. Notizie successive asseriscono che in un periodo compreso tra il 1271, periodo del suddetto testamento e la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo la costruzione della nuova chiesa era già a buon punto. Luigi Murolo asserisce che nel 1336 era già ultimata. Tra il 1352 e il 1546 sono attestati alcuni piccoli lavori tra cui un rinnovamento della scuola dalle fondamenta del 1527, la costruzione di una cisterna ed una richiesta ristrutturazione avvenuta tra il 1543 ed il 1544. Al 1549 risalgono altri lasciti. Del 1551 sono i restauri della cappella della Concezione. Nel 1566 gli archivi del convento furono bruciati durante le incursioni dei turchi, verosimilmente anche parte del convento subì danni. Nella prima metà del XVIII secolo sono stati fatti degli ammodernamenti all'interno. In seguito alla soppressione nel 1809 degli ordini monastici possidenti di terre, il convento fu adibito ad usi pubblici fino al 1956. L'interno della chiesa è stato recentemente ridipinto. All'interno è conservato un crocifisso ligneo policromo attribuito a Giacomo Colombo.[13] Chiesa di San Giovanni Bosco[modifica | modifica wikitesto] Facciata della parrocchia salesiana con locali annessi Il territorio parrocchiale vede la presenza di circa 2000 famiglie con oltre 6000 abitanti. Dopo una fase di rapida espansione, vissuta essenzialmente negli anni Settanta, la crescita della comunità parrocchiale si è stabilizzata. La pastorale parrocchiale, definita all'interno del Consiglio Educativo Pastorale che svolge la sua attività sin dai primi anni della vita della Parrocchia, si rivolge alle attività specifiche ed istituzionali; in particolare: l'educazione dei giovani, la catechesi, la vita sacramentaria e l'azione di solidarietà sono al centro dell'azione comunitaria. Con l'obiettivo di porre maggiore attenzione alle esigenze sociali della comunità parrocchiale, sta sorgendo all'interno della Parrocchia un Centro di Ascolto, che avrà l'obiettivo di essere una finestra aperta sul territorio, per fornire mezzi e servizi a tutti coloro che si rivolgeranno ad esso, con un occhio particolare ai più bisognosi. Infine, la pastorale familiare, seguendo la specificità della spiritualità salesiana, si esplica particolarmente attraverso una azione che si rivolge verso le giovani coppie, seguendole sia nella fase prematrimoniale che nei primi anni di vita familiare, spesso molto difficili.[14] La cura di questa chiesa parrocchiale è affidata alla comunità dei Salesiani di Don Bosco, che dal 13 ottobre 1966, con l'arrivo del primo Direttore della nuova Casa Salesiana di Vasto, don Marino Marinelli, insieme al confratello don Stella Sidney e al coadiutore Roberto Calcaterra, in silenzio, in povertà, iniziarono a lavorare con lo stile di Don Bosco attraverso la formazione professionale verso i giovani più poveri della città. Il 1º marzo 1970 viene avviata l'attività parrocchiale, svolta provvisoriamente dapprima nei locali di via S. Lucia e in seguito in una aula dell'Istituto Professionale. Solo due anni dopo, nel 1972, ebbero in cura la nuova chiesa di S. Giovanni Bosco. Facciata della chiesa di San Pietro[modifica | modifica wikitesto] La chiesa di Santa Lucia I ruderi della chiesa di San Pietro sono siti in Via Adriatica. Risulta già documentata nell'809 insieme ad altri edifici annessi al monastero. Nell'XI secolo fu feudo dell'abbazia di San Giovanni in Venere come emerge da un documento del 1047. Nel 1195 faceva parte del demanio. Dai ruderi del chiostro è riemersa una protome barbata oggi sita nel museo civico archeologico. Il monastero cessò le sue funzioni nel 1410 quando fu trasformato in chiesa. In seguito, nel 1960, la chiesa fu demolita per via di una frana avvenuta quattro anni prima. Della chiesa rimane la facciata con annesso portale tardo-duecentesco nella cui lunetta vi sono delle raffigurazioni della Madonna col Bambino e della Crocifissione. Ai lati del portale vi sono dei resti di opus reticolatum.[15] Veduta di Piazza Rossetti con la chiesa di San Francesco di Paola Resti della chiesa di Santa Croce[modifica | modifica wikitesto] Sono siti in Via Roma sotto le gradinate dell'Arena delle Grazie. La zona occidentale della chiesa è riemersa nella metà degli anni settanta del XX secolo dove sono stati trovati dei frammenti di mosaici. La chiesa era sita alla periferia della città antica presso un incrocio di due strade ortogonali presso le terme e, forse, di un macellum. Lo stile dei muri è simile alle chiese pugliesi settentrionali coeve. L'interno era a navata unica con abside.[16] Ex convento di Sant'Onofrio[modifica | modifica wikitesto] È sito in Via Sant'Onofrio. Risale al 1440. Dei restauri alle zone abitative dell'area conventuale hanno portato alla perdita di alcuni fregi, tra cui degli intonaci, dei dipinti, delle decorazioni murarie, dei pavimenti e degli infissi. Presso gli altari delle navate è stato recuperato un ciclo pittorico forse raffigurante degli episodi della vita di Sant'Onofrio. Il convento constava di chiostro mentre la chiesa ha una navata principale ed una piccola navata laterale. La chiesa ha dimensioni ridotte. Nei primi secoli la chiesa forse aveva la volta solamente nella zona absidale, mentre la navata aveva il soffitto a capriate.[17] Al suo interno conserva la salma di Beato Sebastiano da Celenza sul Trigno.[18] Complesso monumentale di Santa Lucia[modifica | modifica wikitesto] È sito in Via di Santa Lucia nel Vallone L'Angrella. Un monastero dedicato a Santa Maria in Valle sito nel Fosso dell'Angrella forse era corrispondente alla chiesa omonima che fu possedimento dell'abbazia di Santa Maria di Farfa. Tuttavia la prima notizia risale al 1276 quando l'abate di Santa Maria di Casanova reclamò al re Carlo I d'Angiò poiché Andrea de Sully esigeva che i pastori del monastero cistercense che transumavano in Puglia pagassero un pedaggio per un certo numero di castrati. Al rifiuto dell'abate, furono sequestrati gli animali, fu saccheggiata la chiesa, fu sottratto il frantoio della grangia e furono confiscati gli arnesi della imbarcazione con cui venivano portati i viveri per il monastero di santa Maria alle Tremiti. Dal XV secolo fu chiamato Grangia di Santa Lucia o monastero o badia di Santa Maria in Valle. Era dotato di una chiesa, di camere e di un pozzo. Nel 1566 fu ricostruito in seguito all'incendio provocato dai turchi. In seguito fu gestito da un priore fino al XVIII secolo. Il territorio del fosso dell'Angrella fu poi coinvolto da alcune frane e già nel 1794 il monastero non esisteva più ma gli incassi urbani e rurali furono riscossi fino al XX secolo. Attualmente sono visibili i resti dell'insediamento. La chiesa di Santa Lucia annessa al palazzo rurale dei d'Avalos del XVIII secolo è comunicante con i resti della costruzione benedettina attraverso dei campi presso via di Santa Lucia. Il monastero di Santa Lucia è in deterioramento.[19] Altre chiese[modifica | modifica wikitesto] Santa Maria di Punta Penna Chiesa di Santa Maria Stella Maris a Vasto Marina Chiesa di Sant'Anna (dedicata alle mamme)[20] Chiesa di Francesco da Paola o dell'Addolorata (sita in Piazza Rossetti. Dietro il suo altare, benché non indicato, è sepolta la salma di un d'Avalos) Chiesa della Madonna delle Grazie Chiesa Madonna della Neve (distrutta) Chiesa di San Nicola Chiesa di San Giovanni Bosco Chiesa della Madonna dei Sette Dolori Chiesa di San Marco Evangelista Chiesa di San Paolo Apostolo Chiesa di Santa Maria del Sabato Santo (la più recente, eretta nel 2012) Chiesa di Santa Filomena (sita nel Palazzo Genova Rulli) Chiesa dell'Annunziata Chiesa di San Teodoro (sita nel Palazzo Ciccarone) Chiesa di Sant'Antonio Abate (situata nell'omonima frazione) Chiesa di San Lorenzo (situata nell'omonima frazione) Santuario di Maria SS. Incoronata (situata nell'omonima frazione)[21] Chiesa di Santa Maria di Pennaluce (situata nella frazione di Punta Penna) Chiesa della Maddalena (situata nell'omonima contrada) Chiesa di Santa Maria Stella Maris (Vasto) (situata nella piazza principale di Vasto Marina) Chiesa di Francesco d'Assisi (situata in viale Dalmazia a Vasto Marina) Chiesa della Madonna Addolorata (situata nella frazione di Pagliarelli) Architetture civili[modifica | modifica wikitesto] Palazzo D'Avalos[modifica | modifica wikitesto] Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Musei di Palazzo d'Avalos e Palazzo d'Avalos. Veduta di Palazzo D'Avalos Il palazzo è stato costruito da Giacomo Caldora, come attesta il primo documento che parla di questo palazzo: è un documento del 1427 che stabilisce un risarcimento dello stesso Giacomo Caldora a dei frati, per poi essere in seguito proprietà dei d'Avalos, che non lo utilizzarono mai come residenza. Durante l'invasione turca fu messo a ferro e fuoco da Piyale Pascià a causa dell'assenza dei proprietari. Il Palazzo consta di cortile e giardino, di cui il giardino è stato recentemente restaurato, e due livelli con tratti neoclassici sulle finestre. Poco o nulla rimane del suo aspetto originario, così come dell'antico teatro al suo interno.[22] Attualmente è sede museale archeologica, del costume e della pinacoteca. La sezione archeologica ospita statue femminili, teste di Afrodite, Eros, Zeus e Sileno, oltre una serie di statuine bronzee, tutte raffiguranti la figura di Eracle. La Pinacoteca contiene un settore dedicato alla pittura contemporanea ed in particolare a quella del'800, in cui si possono ammirare opere di Filippo Palizzi, Valerio Laccetti, Francesco Paolo Michetti, tutti artisti abruzzesi e Giulio Aristide Sartorio, .[23] Palazzo della Penna[modifica | modifica wikitesto] La sua costruzione avvenne grazie ad Innico III d'Avalos, che si era insediato in città insieme alla cugina Isabella d'Avalos, nella spianata a nord del centro abitato, in prossimità del torrente Lebba e della sua valle, conclusa tra il 1615 (fabbricato principale) ed il 1621. Il Palazzo ha pianta quadrata, fortificata agli spigoli da quattro baluardi, un cortile spazioso, ampie sale, semicircondata da un recinto anch’esso protetto agli spigoli da bastioni e comprensivo di una serie di fabbriche adibite a locali di servizio. Arredato con eleganza, il Palazzo fu frequentemente abitato sia dal suo fondatore, che dai suoi figli, Ferrante e Diego. Il 20 giugno 1711 venne saccheggiato dai turchi ed il 25 febbraio 1713 divenne proprietà del nipote di Innico, Don Cesare Michelangelo d'Avalos, in ritorno a Vasto dopo 12 anni di esilio politico. Questo dominio segnò il periodo di maggior splendore nella storia del Palazzo che, restaurato ed abbellito, ospitò molti personaggi del Regno che si fermavano nella città, come il Connestabile Fabrizio Colonna, che venne a Vasto per ricevere il collare dell’Ordine del Toson d'oro e fu ospite per tre volte nel Palazzo. Con la morte del Marchese nel 1729, il Palazzo cadde nell’abbandono più totale, diventando luogo malsano e solitario, intorno alla quale la fantasia popolare intrecciò storie paurose di diavoli e streghe. Da qui, probabilmente anche la nascita del nome di "Palazzo dei Cento Diavoli", perché secondo la leggenda in una notte spuntarono i tredici comignoli, oltre alle storie nate intorno alla famosa "Grotta della Carnaria" dove volontà popolare voleva abitasse un diavolo, ed al tunnel che probabilmente la collegava al Palazzo. Luigi Anelli, nel suo volume “Origine di alcuni modi di dire popolari nel dialetto vastese”, ricordava il detto “Va' a chiamà’ lu duiàvele a la grotte di la Carnarejje” ("Vai a chiamare il diavolo alla grotta della Carnaria"), come consiglio dato a chi ha la volontà di diventare ricco. Nel 1835 la tenuta fu acquistata da Giuseppe Antonio Rulli, il quale provvide a restaurare il Palazzo, a ristabilire i coloni e bonificare le paludi della zona, e grazie alla munificenza del barone Luigi Genova, morto all’età di novantadue anni, il Palazzo divenne sede dell’Orfanotrofio per orfanelle, e rimase aperto fino agli anni '80, per poi ricadere ancora nell'abbandono in cui vige. Architetture militari[modifica | modifica wikitesto] Castello Caldoresco[modifica | modifica wikitesto] Castello Caldoresco Il Castello Caldoresco è sito su di un promontorio che domina la costa. Consta di bastioni agli angoli. La parte originaria risale al XIV-XV secolo con trasformazioni attuate nel 1439 da Giacomo Caldora forse nella parte esterna. Nel XV secolo il precedente palazzo venne trasformato in castello dai d'Avalos. Altre trasformazioni sono state fatte da Cesare Michelangelo d'Avalos nel XVIII secolo.[24] La pianta quadrata possiede quattro bastioni angolari a mandorla (oggi uno è mancante), e una torre circolare maggiore di avvistamento ricca di merli, e una torre laterale più piccola, trasformata nel Settecento. I bastioni sono a torri lanceolate, da un basso corpo privo di aperture su basamento a scarpa, con cornice intermedia, e archeggiatura ogivale. Castello Aragona e Castello Miramare[modifica | modifica wikitesto] Castello Aragona (originariamente Villa Ruzzi), sito in Via San Michele, attualmente ristorante di prestigio.[25] Castello di Miramare, nei pressi della villa comunale in centro, torrione quadrangolare di colore rosso, con vista sul mare e sul golfo.[26] Torri[modifica | modifica wikitesto] Torre di Bassano Torre di Bassano: è sita in piazza Rossetti.[27] Torre Diomede del Moro Torre di Santo Spirito Torre Sinello, i cui resti sono siti nell'omonima località presso la Riserva naturale di Punta Aderci. Il primo impianto è risalente al XVI secolo. La torre è posta in modo da controllare il porto di Vasto in epoca spagnola. Era in stretto contatto visivo con altre torri poste nelle vicinanze tra cui la Torre di Punta Penna e con quella del Sangro nel comune di Torino di Sangro. Le torri abruzzesi sono state terminate nel 1569.[28] Torre di Punta Penna: sita in località Punta Penna. Come per la precedente torre, il primo impianto risale al XVI secolo, doveva essere terminata nel 1569 ed era in stretto contatto visivo con le torri limitrofe, ma a differenza di essa, oltre che con la Torre Sinello, era in contatto con la Torre del Trigno, nella zona di San Salvo, controllando l'insenatura che ospita l'attuale porto di Vasto.[29][30][31] Siti archeologici[modifica | modifica wikitesto] Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Terme di Vasto e Histonium. Mosaico di Nettuno nel sito di Histonium La Piazza Rossetti conserva la forma ellissoidale dell'anfiteatro.[32] In Via Cavour sono presenti i ruderi delle cisterne di Santa Chiara realizzate in opus signinum.[32] In Via Adriatica vi sono le terme risalenti al II secolo d.C. suddiviso in tre livelli.[32][33] Presso l'ospedale si trovano alcuni resti murari di un edificio della fine della prima metà del II secolo d.C.[32] In Via V. Lancetti vi sono delle Piccole Cisterne.[32] Presso Via S. e F. Ciccarone vi è un rudere archeologico denominato cappella della Madonna del Soccorso. Da questo luogo proviene la lastra funeraria di Caius Hosidius Veteranus ora posta nel museo archeologico di Vasto.[34] In Via Antonio Bosco 16 vi è un tempietto romano.[35] Monumenti commemorativi[modifica | modifica wikitesto] Monumento in onore di Gabriele Rossetti "Monumento a Gabriele Rossetti", sito nell'omonima piazza del centro storico, opera di Filippo Cifariello "Monumento all'emigrante", sito in piazza Belvedere Romani, opera dello scultore ortonese Aldo d'Adamo (di cui esiste un monumento gemello a Perth inaugurata il 13 gennaio 2008) "Monumento alla Bagnante", collocato su una scogliera a Vasto Marina, opera di Aldo d'Adamo "Monumento ai caduti vastesi della Prima e Seconda guerra mondiale", sito inizialmente in Piazza Pudente ed attualmente in Piazza Caprioli. "Monumento ai caduti del mare", sito in Via Adriatica. "Croce di Montevecchio", sita sulla cima dell'omonimo colle di Vasto Marina, installata in legno nel 1933 (19° centenario della morte di Cristo) dai Frati Cappuccini, per poi essere ristrutturata in metallo ed inaugurata negli anni 90 "Monumento ai Carabinieri", sito in Via Alborato, fatto con pietra della Majella in onore del bicentenario dell'Arma (2014), opera di Giuseppe Colangelo, alla cui inaugurazione ha partecipato Pietro Grasso Musei[modifica | modifica wikitesto] Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Musei di Palazzo d'Avalos. Oltre al Museo civico archeologico e alla pinacoteca comunale, ospitati nel Palazzo D'Avalos, è presente un museo del costume. Altri monumenti[modifica | modifica wikitesto] Ex campi di concentramento di Vasto Marina[modifica | modifica wikitesto] Fianco di un palazzo vastese in stile veneziano Erano siti nella Villa Santoro (ex Villa Marchesani) in Via A. Marchesani e nell'albergo Ricci (Ex Villa Ricci) in Corso Zara entrambi a Vasto Marina.[36] I campi di concentramento di Vasto Marina risalgono all'11 giugno 1940 e su richiesta delle autorità militari ne fu chiesta la chiusura per prevenire atti di spionaggio nell'agosto 1943, ma nell'armistizio del 8 settembre 1943 era ancora funzionante per alcuni prigionieri slavi, comunque dovette funzionare fino alla fine del mese.[36] Il direttore, fino al 16 agosto del 1943, era Giuseppe Prezioso, sostituito in seguito dal vice commissario aggiunto di polizia di stato Giuseppe Geraci (ambedue poi ricercati dalla Jugoslavia per crimini insieme a Fabiano Pisticci). Come sorveglianti vi furono 12 carabinieri e come assistente sanitario vi fu Nicola D'Agostino. Furono occupati 181 posti su di una capienza preventivata di 170 persone, tuttavia, su di una precedente nota del 27 aprile 1940 viene affermato che la capienza stimata sia di 480 persone.[36] I vari prigionieri nel campo erano antifascisti ed italiani ritenuti pericolosi. Da luglio ad ottobre del 1940 fu confinato Giuseppe Scalarini, a cui nel gennaio 2012 la città ha dedicato un'importante mostra alla Pinacoteca di Palazzo d'Avalos. Tuttavia non mancano gli ebrei o persone di origine ebraica come il dottor Herman Datyner, ebreo di nazionalità polacca, che fu trasferito in questa prigione da Casoli. In seguito vi furono trasferiti anche vari slavi.[36] Mauro Venegoni ed Angelo Pampuri sono stati trasferiti nella colonia delle Tremiti nel gennaio 1941 per atti sovversivi scoperti dal direttore tramite una segnalazione di alcuni internati. Rodolfo Pellicella detto Leonin, operaio antifascista fu trasferito a Ventotene per aver rivolto delle parole, con un tono di voce, accompagnate da una gesticolazione, rivolte a dei carabinieri ritenute canzonatorie. Dopo il 25 luglio 1943 il Ministero dell'Interno, per mancanza di posti liberi in altri campi di concentramento, fa trasferire sono i prigionieri ritenuti più pericolosi fino alla chiusura avvenuta nel settembre successivo.[36] Poli e biblioteche[modifica | modifica wikitesto] Politeama Ruzzi: sito in Corso Nuova Italia. Risale al 1931. Una ristrutturazione ha danneggiato l'interno. Durante il ventennio fascista fu edificato il quartiere di Corso Nuova Italia sito fuori del centro storico di Vasto. Il progetto iniziale è del 1906 poi realizzato nel 1924. Molti edifici che si affacciano sul corso alcuni sono in stile neoclassico altri in stile liberty. Il Politeama doveva avere funzioni sociali e culturali oltre che ospitare le riunioni del Partito Nazionale Fascista. Il primo progetto fu disegnato dall'ingegnere Antonio Izzi nel 1927 con linee curve, motivi floreali e le vetrate con bifore e trifore secondo lo stile dell'Art Nouveau. La facciata ha un portico con cinque arcate. Sulle chiavi di volta degli archi a tutto sesto sono incise le iniziali del commissionario Giovanni Ruzzi. Nei piani superiori le lesene hanno varie decorazioni. Alcuni punti dell'architettura richiamano l'accademismo tardo-ottocentesco, ed alcune decorazioni, oltre alla su citata Art Nouveau, allo stile della secessione viennese.[37] Biblioteca civica Gabriele Rossetti: sita nella Loggia Amblingh. Fu istituita con la delibera comunale del 29 maggio 1865. Tra il 1865 ed il 1871 fu allestita nel Palazzo Betti, in via Anelli, in alcuni locali affidati in comodato d'uso gratuito da Filippo Betti. I primi libri, circa 200, sono stati donati da Federico Bucci e dagli eredi dell'ex sindaco Pietro Muzii. Tuttavia la maggiore donazione fu del convento di Sant'Onofrio, in seguito all'abolizione del convento, del 1899 con circa 800 libri. Nel 1883 il figlio William Michael Rossetti donò il Fondo Rossetti consistente in opere e lettere mentre il pittore Filippo Palizzi donò dei materiali autografi suoi e dei suoi fratelli ed il poeta Romualdo Pantini donò degli scritti concernenti la sua produzione artistica e letteraria, nonché parte del suo epistolario con Giovanni Pascoli. Dopo la prima guerra mondiale la biblioteca fu spostata, in seguito all'acquisizione di un comitato, nella casa natale di Gabriele Rossetti la quale, quest'ultima, nel 1924 venne dichiarata monumento nazionale. In seguito, nel 1929 il palazzo fu donato al comune. In una clausola della donazione si esprimeva che doveva essere costituito un Museo G. Rossetti che, attualmente, non è stato istituito. Del periodo originario del palazzo di G. Rossetti, di cui l'impianto originario è del XV secolo non rimane nulla. Nel 1960 si tenne nella biblioteca una mostra del centenario dell'Unità d'Italia di cui i maggiori cimeli esposti sono: un tricolore, delle insegne del battaglione Vasto durante la guerra d'indipendenza del 1860, documenti e fotografie di caduti, spade, sciabole, pistole, medaglie, un ritratto di Giuseppe Garibaldi realizzato da Filippo Palizzi ed una statua in gesso di Gabriele Rossetti. Nel 1998 parte della biblioteca fu spostata nella casa di Raffaele Mattioli. Nella casa Rossetti è custodito il Fondo Rossetti costituito da circa 22000 volumi, 22 manoscritti (volumi patrii) ed il Lascito Spataro composto da 68 pubblicazioni del XVIII secolo. Nel primo e nel secondo piano di casa Rossetti sono custoditi i faldoni dell'Archivio Storico Comunale con dei documenti che arrivano fino al 1945.[38] Biblioteca civica Palazzo Mattioli: sita in Corso De Parma. La biblioteca originale fu istituita mediante delibera comunale del 29 maggio 1856, indi, dopo essere stata trasferita a Casa Rossetti nel dopoguerra, fu spostata in parte in Palazzo Mattioli. Il palazzo presenta delle infiltrazioni di acqua piovana per via della presenza di guano di avifauna nei pluviali e nel cortile. Nel 1988 i figli del banchiere ed umanista Raffaele Mattioli donarono al comune il palazzo del loro genitore insieme a 3800 volumi appartenuti al Mattioli stesso. Il palazzo sorge nell'ex "Corsea degli scarpari". La facciata è neo-rinascimentale. Attualmente, dopo la donazione dell'altra biblioteca comunale, questa biblioteca supera le 30000 unità, più un centinaio di stampe e cinquecento spartiti musicali. Recentemente è stato donato alla biblioteca il Fondo Molino composto da 600 volumi oltre a mille opere non ancora inventariate.[39] Fontane[modifica | modifica wikitesto] Fonte della Piazza: edificata nel 1629 su commissione della famiglia d'Avalos. e sita in Piazza Barbacani (originariamente in Piazza Grande, attuale Piazza L.V. Pudente, da dove fu trasferita nel 1927). Nel 1839 fu arricchita da un cancello artistico di Nicola Maria Pietrocola ora non più esistente. La fontana consta di una vasca ottagonale realizzata in pietra. Su quattro lati sono inseriti dei mascheroni sempre in pietra. Dei cannelli consentono la fuoriuscita dell'acqua mediante uno stelo decorato con delle sbaccellature e sormontato da una coppa. L'accesso alla fontana è consentito mediante due gradoni.[40] Fonte Nuova: sita in Via di Porta Palazzo. La fontana fu costruita nel 1814 per canalizzare le acque che sgorgavano presso la cappella della Madonna della Neve. Successivamente fu distrutta dalla frana del 1816. In seguito fu ricostruita nel 1848 mediante ordinanza dell'allora sindaco Pietro Muzii. Il progetto è di Nicola Maria Pietrocola. La fonte è anche detta "Tambelli". È stata recentemente ripulita dalla vegetazione che la ricopriva. Al centro è sito un arco a tutto sesto con delle lesene ai lati. Sopra l'arco della volta è posto un mascherone in pietra. Entro un cancello vi è un ninfeo da cui, mediante un cannello, esce l'acqua che si riversa in una vasca in pietra adibita ad acquario.[41]

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